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Albania

Il tempo della rinascita

Di Xhani Shqerra, Editor in Chief6 min di lettura
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Panorama

L’Albania è entrata nel radar del Mediterraneo. Ma raccontarla oggi soltanto come la nuova destinazione emergente sarebbe riduttivo. Il vero cambiamento non sta nei nuovi alberghi, nei collegamenti che aumentano, nelle immagini delle sue coste che hanno cominciato a riempire riviste e social. Il cambiamento è più profondo. È nel modo in cui il Paese sta imparando a guardarsi, a riconoscere il proprio valore e, soprattutto, a decidere che cosa vuole diventare. È una sensazione che si avverte appena si attraversa il Paese. Tirana corre. Le città cambiano. Le vecchie strade conducono verso territori che fino a pochi anni fa sembravano lontanissimi dai circuiti internazionali. Il mare, naturalmente, continua a essere protagonista, ma basta allontanarsi dalla costa per capire che l’Albania non può essere racchiusa nell’immagine di una nuova Riviera mediterranea. C’è un’Albania più profonda. È quella delle montagne, delle città storiche, delle case di pietra, dei mercati, delle tavole familiari, delle vigne, delle fotografie custodite negli archivi, delle persone che hanno lasciato il Paese e di quelle che oggi stanno tornando. Ed è forse proprio qui che comincia il racconto più interessante. Per molto tempo l’Albania è stata osservata dall’esterno. Oggi, invece, sta costruendo una propria narrazione. Non è un passaggio scontato. Un Paese che per decenni ha vissuto una storia particolare, separato e quasi invisibile rispetto a gran parte dell’Europa, si trova ora improvvisamente al centro di una nuova attenzione internazionale. Il turismo ha accelerato questo processo, ma non lo ha creato da solo. Ha semplicemente acceso una luce. Sotto quella luce c’era già molto. C’era una cultura fatta di stratificazioni, di incontri e contraddizioni. C’era un territorio che in pochi chilometri cambia completamente volto. C’era il mare e, subito dietro, la montagna. C’erano tracce greche, romane, bizantine, ottomane, veneziane e italiane. C’era una cucina ancora profondamente legata alla casa e alla terra. E c’erano soprattutto persone abituate a guardare oltre il confine. L’Albania ha una caratteristica che oggi può diventare una delle sue più grandi forze: non è mai stata soltanto una cosa. È balcanica e mediterranea. È europea e conserva una forte memoria orientale. Ha una dimensione urbana nuova e, allo stesso tempo, una cultura rurale ancora viva. Questa complessità non deve essere semplificata. Deve essere raccontata. È anche per questo che il rapporto con l’Italia è così particolare. Non esiste soltanto la distanza breve tra le due sponde dell’Adriatico. Esiste una storia fatta di televisioni, musica, moda, università, commercio, famiglie, amicizie, viaggi e milioni di riferimenti culturali condivisi. Per generazioni l’Italia è stata per molti albanesi una finestra. Oggi quella finestra è diventata una strada a doppio senso. Gli albanesi viaggiano, studiano e lavorano in Italia. Gli italiani investono, viaggiano, aprono attività e scoprono un Paese che non è più quello che ricordavano o immaginavano. È una relazione destinata a cambiare ancora. E forse l’Albania può diventare proprio questo: un ponte naturale tra l’Italia, i Balcani e il Mediterraneo orientale. La nuova Albania, però, non si costruisce soltanto attraverso gli investimenti. Si costruisce attraverso una generazione. La si incontra nei ristoranti contemporanei, negli studi di architettura, nelle aziende tecnologiche, negli hotel, nelle nuove realtà creative. Sono ragazzi e ragazze che hanno studiato fuori, hanno conosciuto altre culture, hanno imparato lingue e professioni e poi hanno deciso di tornare. Alcuni non sono mai partiti. Altri sono tornati dopo anni. Altri ancora stanno semplicemente cercando un modo nuovo di vivere il proprio Paese. Portano con sé un’idea diversa di qualità. Ed è forse questa la trasformazione più importante. Perché il futuro dell’Albania non dipenderà soltanto da quanti stranieri arriveranno, ma da quanto gli stessi albanesi riusciranno a riconoscere il valore di ciò che hanno. Il turismo, in questo senso, è una grande occasione ma anche una grande responsabilità. Quando una destinazione diventa desiderabile, il rischio è sempre quello di consumarla troppo velocemente. Costruire troppo. Vendere troppo. Trasformare troppo. L’Albania dovrà invece imparare una lezione che molte destinazioni mediterranee hanno imparato spesso troppo tardi: ciò che rende un luogo prezioso è esattamente ciò che bisogna proteggere. Il paesaggio non è uno spazio vuoto. Una costa non è semplicemente una linea sulla quale costruire. Una casa antica non è soltanto un immobile. Una ricetta non è soltanto un piatto. Una fotografia è memoria. Una montagna è identità. Una città è una storia. E il turismo migliore è quello capace di mettere in relazione tutte queste cose. È qui che entra in gioco il nuovo lusso. Non il lusso inteso come ostentazione, ma come esperienza. Il lusso di una casa affacciata sul mare e costruita rispettando il paesaggio. Di una cena nella quale riconoscere il territorio. Di una piccola struttura dove il servizio è personale e non standardizzato. Di una barca che permette di raggiungere una costa lontano dalla folla. Di una giornata nella quale il tempo sembra rallentare. L’Albania può costruire un proprio modello. Non deve diventare una copia della Grecia, dell’Italia o della Croazia. Il Mediterraneo non ha bisogno di un’altra imitazione. Ha bisogno di nuove identità. E l’Albania ne possiede una. Anche la cucina racconta questa possibilità. Per troppo tempo la gastronomia albanese è rimasta conosciuta soprattutto da chi aveva un rapporto diretto con il Paese. Oggi può diventare uno degli strumenti più forti della sua comunicazione internazionale. Non occorre trasformarla in qualcosa che non è. Occorre farla conoscere. Il prodotto, la stagionalità, il rapporto con la campagna, il pescato, le carni, i formaggi, l’olio, il vino, le erbe, le ricette tramandate nelle famiglie: tutto questo può diventare contemporaneo senza perdere la propria anima. Una cucina diventa internazionale quando riesce a mantenere il proprio accento. Lo stesso vale per l’architettura. L’Albania sta costruendo molto e continuerà a farlo. Ma proprio per questo la qualità del progetto diventa fondamentale. Il nuovo Paese non può essere soltanto cemento, vetro e facciate. Ha bisogno di proporzioni, luce, verde, materiali, memoria. Ha bisogno di architetti che sappiano guardare avanti senza vergognarsi di guardare indietro. Perché il passato albanese non è un ostacolo alla modernità. Può esserne la base. E questo vale anche per la cultura. La fotografia, il cinema, la musica, il design, la moda, l’arte contemporanea possono contribuire a raccontare un’Albania che non sia soltanto turistica. Un Paese diventa davvero internazionale quando la gente vuole conoscere non soltanto i suoi paesaggi, ma anche ciò che pensa, ciò che crea e ciò che sogna. È qui che l’Albania ha ancora molto da raccontare. E forse è proprio questa la parte più affascinante del viaggio. Arrivare in un Paese nel momento in cui sta ancora decidendo il proprio futuro significa assistere a qualcosa che non può essere ricostruito una volta terminato. Il cambiamento è visibile. Ma non è ancora concluso. Tirana cresce, il turismo si professionalizza, il mare diventa una nuova frontiera della nautica, l’entroterra riscopre il proprio valore, la diaspora mantiene vivi i legami con l’Europa e una generazione nuova prova a trasformare le proprie esperienze in progetti. Tutto questo sta succedendo contemporaneamente. Ed è questa simultaneità a rendere l’Albania interessante. Non è ancora arrivata. Sta arrivando. E forse il momento migliore per conoscerla è proprio questo. Non quando tutto sarà perfetto. Non quando ogni strada sarà conosciuta e ogni angolo sarà trasformato in destinazione. Adesso. Quando ancora esiste una distanza tra quello che l’Albania è stata, quello che è oggi e quello che potrebbe diventare. È dentro quella distanza che si trova il suo fascino. Per G Travel with Style, raccontare l’Albania significa allora andare oltre la cartolina. Significa raccontare una società che cambia, un Mediterraneo che si allarga, una nuova idea di ospitalità, una cultura che cerca spazio e una generazione che non vuole più soltanto partire. Vuole costruire. E forse è questa la frase che meglio descrive l’Albania di oggi. Non un Paese che chiede di essere scoperto. Un Paese che sta finalmente imparando a raccontarsi.

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